Trump si merita il Nobel per la (possibile) pace in Corea?

Le due coree (forse) fanno la pace dopo 65 anni, quando l’armistizio che pose fine alla guerra di Corea (1950-1953) venne firmato dal nord, dalla Cina e dagli Stati Uniti ma non dal sud, lasciando le due metà della penisola formalmente in guerra. Da allora, diversi presidenti statunitensi hanno cercato la via di un accordo, per stabilizzare la regione senza consegnarla all’influenza cinese. Fallendo. Oggi che la pace sembra più vicina che mai alla Casa Bianca c’è Donald J. Trump. Un uomo che ispira tante cose, ma di sicuro non pace e tranquillità. Un uomo che ha chiamato il dittatore nordcoreano Kim Jong-un “uomo razzo”, dopo avergli ricordato via Twitter di avere un bottone nucleare “più grosso e potente” del suo e aver detto alle Nazioni Uniti che una soluzione alla crisi sarebbe potuta essere quella di “totally destroy” la Corea del Nord.

Sorridete pure, intanto la strategia ha funzionato. O quantomeno ha portato vicini come non mai alla riappacificazione tra Pyongyang e Seoul. E costringe a farsi una domanda. Se l’operazione andrà in porto, Donald Trump merita di vincere il Nobel per la pace?

Qualcuno sembra già convinto di si. Sabato 28 aprile alla Casa Bianca c’era la tradizionale cena dei corrispondenti. Deputati, senatori e politici di entrambi i partiti, pezzi grossi della stampa statunitense, comici famosi ad allietare la serata. In una parola: establishment. Trump, per il secondo anno consecutivo, ha snobbato l’appuntamento ed è andato in un’altra Washington, in Michigan, per un comizio tra la sua gente, in pieno stile campagna elettorale. Operai con il caschetto, trattori, cori e bandiere. In una parola: popolo. Dalla folla a un certo punto è partito un coro nuovo: “No-bel, No-bel”. Lui ha risposto ridendo e con un secco: “I just wanna get the job done”, scatenando un nuovo, più forte applauso. C’è anche l’immancabile campagna social a supporto, con l’altrettanto immancabile hashtag #NobelPeacePriceForTrump.

Ma non sono solo i trumpisti reali e virtuali a chiedere il riconoscimento per il loro paladino. L’endorsement al presidente statunitense è arrivato anche da Moon Jae-in, la sua controparte sudcoreana. Quando il prossimo ottobre i cinque membri del Comitato per il Nobel norvegese si riuniranno per decidere a chi conferire il premio, il nome Trump, in un modo o nell’altro, verrà fuori. Probabilmente non senza un po’ di imbarazzo. Perché al 45° presidente statunitense, quale che sia la situazione in Corea da qui a ottobre, sembrerebbe mancare, come dire, il physique du rôle del classico Nobel per la pace. Ha detto cose ben oltre i limiti del politicamente corretto e spesso dell’educazione. Ha insultato ispanici, disabili e pronunciato frasi irripetibili sulle donne, sia pure in privato. Da presidente ha definito Haiti, San Salvador e diversi stati africani “Paesi fogna” (o “Paesi di merda”, a seconda della traduzione). Davvero uno con un pedigree del genere può diventare l’incarnazione universale della pace?

In realtà, a guardare la storia del prestigioso riconoscimento, si.

I precedenti americani

Da quando esiste, il Nobel per la pace è stato consegnato a quattro presidenti statunitensi: Theodore Roosvelt (1906), Woodrow Wilson (1919), Jimmy Carter (ma molto dopo la fine del suo mandato, nel 2002) e Barack Obama (2009). A questi si può aggiungere l’ex vicepresidente Al Gore (2007) e il segretario di Stato Henry Kissinger (1973). Non tutte le persone citate sono o sono state propriamente dei pacifisti.

Theodore Roosvelt – Wikimedia Commons

Roosvelt era un militarista convinto. Nel 1898 aveva partecipato da volontario alla guerra ispano-americana per l’isola di Cuba, da sottosegretario alla Marina del suo predecessore McKinley fu promotore di un’aggressiva politica espansionistica e, in seguito, tra i più eminenti sostenitori della necessità di un deciso riarmo degli Stati Uniti, in risposta all’imperialismo europeo. Non aveva Twitter per esternarlo al mondo, ma era sinceramente razzista, credeva nella gerarchia tra le razze, che il progresso richiedesse che quelle inferiori venissero “assimilate” da quelle superiori e sosteneva per questo il genocidio finale degli indiani d’America. Ma questo, si può dire, faceva parte dello spirito dell’epoca. Fu premiato per il ruolo diplomatico giocato nel raggiungimento della pace tra Russia e Giappone nel 1905.

Wilson era pur sempre l’uomo che aveva portato gli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, ma il comitato apprezzò il suo impegno nello sfortunato progetto della Società delle Nazioni, che aveva la non banale ambizioni di gestire diplomaticamente i conflitti tra stati, evitando così future guerre. Com’è noto, dopo esserne stati i promotori, gli Stati Uniti non vi entrarono mai, pregiudicandone sin dall’inizio l’efficacia (il Congresso votò contro e poi i repubblicani, contrari a un eccessivo coinvolgimento negli affari del vecchio mondo, conquistarono la Casa Bianca). A distanza di molti anni, “l’impegno per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti internazionali” fu la motivazione per il conferimento del premio all’ex presidente Jimmy Carter e poi, con un notevole atto di fiducia, al neoeletto Obama, di cui furono premiati “gli sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”.

Se Wilson, Carter e Obama vennero premiati per il loro multilateralismo e per l’insistenza sulla via diplomatica per la risoluzione dei conflitti, ben diverso è il caso di Henry Kissinger, il realista per eccellenza, per il quale la forza degli stati è la sola vera moneta di scambio nelle relazioni internazionali. Venne premiato per la sua negoziazione per gli accordi di Parigi (1973), che volevano porre la fine in Vietnam, insieme al nordvietnamita Lê Ðức Thọ, che rifiutò il premio in quanto le “svenevolezze borghesi” non facevano per lui. Al Gore venne infine premiato per il suo noto impegno in campo ambientale.

I precedenti Nobel assegnati a uomini di potere statunitensi ci dicono quindi che non è obbligatorio seguire una certa filosofia politico-diplomatica per essere premiati. Un eventuale premio a Trump si inserirebbe sulla scia di quelli consegnati a Roosvelt e Kissinger, uomini lontani dal pacifismo o anche dal multilateralismo, di cui è stato riconosciuto il ruolo nella risoluzione di un particolare evento concreto.

Certo, Trump è pur sempre Trump. Nessuno dei precedenti citati aveva il suo linguaggio e il suo stile, di cui già si è detto. L’etichetta potrebbe, in effetti, condannarlo.

 Ma di chi è il merito per la pax coreana?

Sulla questione coreana, poi, gli Stati Uniti sono un attore importante ma non certo l’unico. Insieme a loro, ci sono ovviamente le due coree e poi la Cina, la grande potenza che sostiene (per qualcuno tiene in vita) il regime di Pyongynag. Per questo, dato per scontato che un eventuale pace in Corea sarebbe la storia da Nobel dell’anno, c’è chi sostiene che dovrebbero essere premiati tutti e 4 i leader coinvolti: Trump, il presidente sudcoreano Moon Jae-in, quello cinese Xi Jinping e persino lui, Kim Jong-un. Già.

Ma mettendo da parte la questione Nobel, di chi è il merito per questo imprevisto (possibile) lieto fine? Com’è che si è passati, nel giro di pochi mesi, dai test missilistici e le minacce di attacco nucleare ai sorrisi e gli abbracci tra i due presidenti coreani? Una risposta completa a queste domande forse non l’avremo mai. Quello che possiamo fare è mettere insieme i pezzi sconnessi del puzzle, ricostruire la cronologia degli eventi che ci ha portato fino a qui, e provare a trovarci un filo logico:

  1. 20/01/2017: Donald Trump entra in carica come 45° presidente degli Stati Uniti. Rispetto al predecessore Barack Obama adotta uno stile più aggressivo, con i già citati Tweet. Ben presto, l’allora segretario di Stato Rex Tillerson dichiara che ” tutte le opzioni sono sul tavolo” per risolvere la crisi, inclusa quella militare. Anche questo è uno strappo rispetto all’amministrazione precedente, per cui quella diplomatica era l’unica via possibile. Alle Nazioni Unite, su impulso degli Stati Uniti, si votano sanzioni economiche sempre più dure contro il regime.
  2. 10/05/2017: Moon Jae-in viene eletto presidente della Corea del Sud. È dichiaratamente a favore di una politica di distensione con la Corea del Nord, a differenza del suo predecessore, la conservatrice Park Geun-hye. Già nel 2007 aveva guidato la delegazione del sud al secondo summit inter-coreano.
  3. 01/01/2018: nel tradizionale discorso di capodanno, dopo un 2017 ad alta tensione, Kim Jong-un conferma le minacce contro gli Stati Uniti, ricordando che i missili nordcoreani sono ormai in grado di raggiungere il loro territorio, ma al tempo stesso apre al dialogo con la Corea del Sud, accennando per la prima volta alla possibilità di mandare una delegazione alle prossime olimpiadi invernali di Pyeongchang, come segnale di distensione.
  4. 09-25/02/2018: durante le olimpiadi sudcoreane, le due coree gareggiano in una delegazione comune.
  5. 28/03/2018: Kim Jong-un, a bordo di un treno blindato, si reca in visita del presidente cinese Xi Jinping, a Pechino.
  6. 27/04/2018: i due presidenti coreani si incontrano, appena a sud del 38° parallelo. Dichiarano che entro l’anno verrà siglato un trattato di pace per porre ufficialmente fine alla guerra di Corea e che si lavorerà per la “completa denuclearizzazione” della penisola.

L’incontro, tra fine maggio e inizio giungo, tra Trump e Kim, sarà un ulteriore pezzo del puzzle. I mesi successivi ci diranno cosa intende Pyongynang per “denuclearizzazione” (punto lasciato volutamente sul vago e che si presta a varie interpretazioni, come spiega bene questo articolo) e chi dovrà cedere cosa nell’eterna trattativa. Che ridotta all’osso è questa: gli Stati Uniti vogliono che la Corea del Nord rinunci all’arma nucleare, la Corea del Nord (e la Cina) che gli Stati Uniti ritirino le truppe dalla Corea del Sud e dal Giappone. Nessuno, fino a oggi, ha voluto fare il primo passo.

By | 2018-06-28T11:16:49+00:00 maggio 3rd, 2018|Uncategorized|0 Comments

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Venticinque anni, genovese. Mi interessa l'attualità ma anche la storia, che dopotutto credo sia attualissima. Su questo blog provo a raccontare il mondo per come l'ho capito io.

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