Perché la Corea del Nord non rinuncia al nucleare

Pyongyang ha imparato la lezione da Libia e Iraq, che per la benevolenza degli Usa e della comunità internazionale hanno rinunciato alla bomba, ottenendo in cambio il regime change con tanto di eliminazione fisica del capo. Sarà ancora possibile convincere gli “stati canaglia” a rinunciare alla bomba?

Quando lo scorso 27 aprile, al termine dello storico vertice tra il presidente nordcoreano Kim Jong-un e quello sudcoreano Moon Jae-in, i due leader si pronunciarono per la “completa denuclearizzazione” della penisola, qualcuno fece notare le possibili ambiguità della formula ed espresse più di un dubbio sul fatto che il nord potesse effettivamente rinunciare al proprio programma nucleare. In linea di massima, però, prevaleva l’ottimismo. Si iniziava lo smantellamento del sito per i test nucleari di Punggye-ri e già si ragionava sul possibile Nobel per la pace a Trump.

La doppia mossa di ieri di Kim Jong-un, che ha annullato un incontro con la Corea del Sud e poche ore dopo detto che anche quello con Donald Trump è a rischio, ha un po’ raffreddato l’euforia generale. Il motivo della decisione? Ma il nucleare, naturalmente.

Se gli Stati Uniti stanno provando a spingerci in un angolo per costringerci ad abbandonare unilateralmente il nucleare, non siamo più interessati a questo tipo di dialogo e non possiamo che riconsiderare il procedere dell’incontro tra la Repubblica Democratica del Popolo di Corea e gli Stati Uniti

Questo il passaggio del comunicato – riportato dal New York Times – in cui si mette in dubbio il previsto incontro storico tra Kim e Trump, che si dovrebbe svolgere il prossimo 12 giugno a Singapore. Più avanti, l’articolo del quotidiano statunitense ci dice, senza citarlo letteralmente, che Kim ha anche promesso che il suo paese non avrebbe seguito il “miserabile destino” di Iraq e Libia. Il richiamo a queste due esperienze non è casuale, e ci dice molto del senso nordcoreano per il nucleare.

Deterrenze

Contrariamente a quanto si possa pensare, la strategia della Corea del Nord è lucida. Maledettamente lucida. Da Pyongyang la famiglia Kim ha osservato quanto successo nel mondo e ne ha tratto la propria lezione. In particolare ha trovato particolarmente istruttive le storie di Libia e Iraq. Due storie senza lieto fine, da cui ha tratto una morale inequivocabile: mai rinunciare alla bomba.

La Libia di Gheddafi abbandonò il nucleare nel 2003, sotto forti pressioni degli Stati Uniti e dei suoi alleati. In cambio ottenne la fine delle dure sanzioni economiche e il reinserimento nella comunità internazionale. Nel 2011, però, quando l’onda delle primavere arabe sommerse la Libia, non solo la comunità internazionale abbandonò il regime al proprio destino, ma contribuì alla sua caduta con i bombardamenti francesi, inglesi e statunitensi. Le conseguenze del crollo del regime di Tripoli sono ancora oggi ben evidenti. Da Pyongyang, Kim Jong-Il guardò, come tutti, il video del cadavere di Gheddafi trascinato nella polvere dai ribelli e giunse alla conclusione che per non fare la stessa fine fosse necessario mantenere la possibilità della deterrenza nucleare.

Una conclusione a cui d’altronde doveva averlo già indirizzato la vicenda dell’altro paese citato ieri dal figlio Kim Jong-un: l’Iraq di Saddam Hussein. Baghdad smantellò il proprio programma di armi nucleari e chimiche nel corso degli anni ’90, anche in questo caso su pressione della comunità internazionale, dopo la fine della guerra del Golfo (1990-91). Ciò non bastò, tuttavia, a impedire l’invasione statunitense del 2003, condotta con il pretesto di presunte “armi di distruzione di massa” in mano al regime che, com’è noto, non furono mai trovate. Anche questa storia si è conclusa con la morte, per impiccagione, dell’ex padrone dello stato iracheno, Saddam Hussein. Per i Kim, dunque, il nucleare è questione di vita o di morte. Letteralmente.

Senza contare che dotarsi dell’arma atomica è meno costoso di mantenere e rafforzare un esercito. Per Pyongyang, dunque, la convenienza, oltre che tattica, è anche economica.

Proliferazione inevitabile?

La Corea del Nord si è dichiarato ufficialmente “stato nucleare” nel novembre 2017, quando annunciò di poter potenzialmente colpire il territorio degli Stati Uniti con una testata atomica. L’annuncio pare un fallimento della strategia perseguita dalla comunità internazionale sin dal 1970, quando venne firmato da 190 paesi il Trattato di non proliferazione.

Trattato da cui, del resto, Pyongyang uscì nel 2003, per poi dimostrare, negli anni successivi, che l’azione unilaterale può portare a diventare potenza atomica di fatto, senza che la comunità internazionale possa fare molto più che imporre sanzioni economiche. Al punto che c’è, tra gli analisti, chi pensa che Washington dovrebbe smettere di puntare a una Corea del Nord denuclearizzata, ma cominciare ad armare gli alleati della regione Giappone e Corea del Sud, raggiungendo un equilibrio nucleare. È la tesi, non saprei dire quanto diffusa ma immagino al momento minoritaria, espressa dall’ex consigliere di Ronald Reagan Doug Bandow, pubblicata sul numero di Limes dell’anno scorso (settembre 2017) dedicato alla Corea. Un approccio simile sarebbe la sconfessione della strategia della non proliferazione.

È inevitabile chiedersi se non sia stato il comportamento degli Stati Uniti e degli alleati nei confronti di quei paesi prima portati ad abbandonare il nucleare e poi invasi o bombardati a portare a questa situazione. La fine di Iraq e Libia invitano i paesi che non hanno l’atomica a svilupparla, e quelli che già ce l’hanno a tenersela stretta, anche al costo di pesanti sanzioni economiche. Abbandonare la possibilità di dotarsi del nucleare non è la scelta più razionale per il mantenimento dell’integrità dello Stato. Non possiamo sorprenderci se qualcuno decide di agire di conseguenza.

By | 2018-05-16T19:47:29+00:00 maggio 16th, 2018|Attualità|0 Comments

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Venticinque anni, genovese. Mi interessa l'attualità ma anche la storia, che dopotutto credo sia attualissima. Su questo blog provo a raccontare il mondo per come l'ho capito io.

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