Il populismo in America

Guardando quanto succede negli Stati Uniti, possiamo essere tentati di pensare che non si tratti di un mondo poi così diverso dal nostro, e possiamo illuderci di poterlo interpretare con gli stessi schemi che usiamo per la vecchia Europa. Prendendo spesso delle cantonate clamorose. Anche per quel che riguarda il cosiddetto populismo, abbiamo tendenzialmente considerato in modo simile se non uguale quanto accaduto politicamente sulle due sponde dell’Atlantico negli ultimi anni.

Nella stanca interpretazione dominante attuale, il popolo sarebbe irreparabilmente in rotta di collisione con le élite, i nuovi barbari sarebbero alle porte e, nelle visioni più cupe, la democrazia liberale sul viale del tramonto. Questo sommovimento di bile e rabbia popolare spuntato da chissà dove starebbe per spazzare via tutto con la sua inarrestabile ondata.

Però, però. Se le cose stanno così, come mai l’ex presidente progressista e cosmopolita Barack Obama a un certo punto si è sentito in dovere di precisare, mentre era in carica, che il populismo è una cosa mentre nativismo e xenofobia sono un’altra? Perché, anzi, è arrivato a rivendicare che i “populisti” sono quelli come lui e Bernie Sanders, che hanno a cuore i problemi della gente comune (“e suppongo che questo faccia di me un populista”, disse) mentre altri (Trump, anche se non lo cita) lo sarebbero solo per finta? Perché invece nessun leader europeo che non sia Matteo Salvini o Beppe Grillo si sognerebbe mai di definirsi tale?

Semplice, perché gli Stati Uniti non sono l’Europa. È diversa la società e la politica, è diversa la loro percezione di sé e il loro senso della democrazia. È diversa, soprattutto, la loro storia. L’aneddoto di Obama l’ho letto sul blog del professor Arnaldo Testi, uno che la storia degli Stati Uniti la studia per lavoro e che al riguardo ha scritto libri meravigliosi come Il secolo degli Stati UnitiIn un’interessante serie di articoli, Testi ha recentemente affrontato il tema del populismo per come è inteso negli States.

E visto che qui su Doppia Elle ci piace capire l’attualità partendo dalla storia, ho colto la palla al balzo per scrivere qualcosa sul populismo da una prospettiva un po’ diversa dal solito, per l’appunto quella americana.

Il People’s Party di fine ‘800

Negli Stati Uniti la parola populismo rimanda a un preciso momento storico. Fine ‘800, piena Gilded age, espressione presa in prestito da un romanzo di Mark Twain e Charles Dudley sulla “gentaglia” che affolla Washington. Periodo di impetuosa crescita economica, ma anche di crescenti disuguaglianze e accese lotte sociali. Gilded significa sì dorato, ma solo in superficie e quindi, in senso figurato, anche superficiale, finto. Così parte del paese rurale e provinciale comincia a vedere la vita delle grandi città, che proprio in quel periodo cominciano ad assumere la conformazione delle metropoli. Alla protesta di tipo sociale, il cui obiettivo è una società più egualitaria e cooperativistica, se ne somma dunque una di tipo morale, spesso animata anche dal fervore religioso. Il mondo sano e onesto delle campagne contro quello corrotto e immorale delle città. Le diverse Farmer’s Alliances che si formano negli ultimi decenni del secolo hanno nel mirino il cosiddetto money power e le grandi corporations dell’epoca, avvantaggiate, secondo loro, dal governo centrale.

Nel 1892 le alleanze di coltivatori si coalizzano in un partito politico il cui programma sta tutto nel nome: People’s Party. L’obiettivo è riportare il potere nelle mani della gente comune. Il 1892 è anno di elezioni presidenziali ed è uno dei rari casi della storia statunitense in cui si spezza il classico dualismo dei partiti repubblicano e democratico. Il partito populista, infatti, conquista diversi stati nell’ovest e al centro del paese, lontano dalle grandi città della costa orientale.

Commons Wikimedia

Il tripartitismo non si ripete nel 1896, anno in cui i populisti si alleano con il partito democratico, sostenendo insieme a esso la candidatura alla presidenza del deputato del Nebraska William Jennings Bryan. A ripetersi, però, è la spaccatura territoriale. Il partito repubblicano vince nelle grandi città e nelle zone più produttive del paese, quello democratico insieme ai populisti nell’heartland rurale. Come nota Testi sul suo blog, il 1896 anticipa di 120 anni una spaccatura simile a quella del 2016. Solo, a parti invertite. In entrambi i casi a vincere sono i repubblicani, la prima volta come rappresentanti delle città densamente popolate e produttive, la seconda come interpreti della rivolta del centro del paese rurale: esteso, scarsamente abitato e meno produttivo.

The Government of the People, by the People and for the People

Il People’s Party proponeva ricette talvolta radicali in campo economico, ma non era un movimento sovversivo. Non mirava, cioè, alla sovversione dell’ordine costituito tramite la rivoluzione o l’insurrezione popolare come facevano per esempio i socialisti. Anzi, nella sua retorica si presentava in un certo senso come un salvatore della Repubblica, che era pur sempre quella del governo del popolo, dal popolo e per il popolo e della Costituzione, che si apre con le parole “Noi, il popolo degli Stati Uniti”Uno spirito originario che i due partiti principali e le grandi corporations stavano tradendo.

Se la primissima volta in cui si parlò di populismo fu in Russia (e anche li a proposito di un movimento agrario), gli Stati Uniti furono comunque dei precursori in questo senso. E forse non è un caso. La natura popolare della democrazia americana era del resto già stata notata da Alexis de Tocqueville, che negli anni 30 dell”800 dopo aver viaggiato in lungo e in largo per il nuovo mondo scrisse il suo capolavoro, La democrazia in AmericaDa francese ed europeo, Tocqueville non poté che osservare con un misto di ammirazione e preoccupazione come nella giovane democrazia d’oltreoceano la società tendesse all'”uguaglianza delle condizioni” e come anche le persone più umili potessero partecipare alla gestione politica ed amministrativa della cosa pubblica. Il che, allora, era abbastanza impensabile per l’Europa delle aristocrazie e delle stirpi reali, ma dalla sua esplorazione Tocqueville intuì che quello che aveva visto si sarebbe diffuso sempre più in futuro, e fece altre lucidissime considerazioni sulla natura della democrazia ancora oggi considerate un punto di riferimento dagli studiosi.

Una vignetta della campagna del 1896. Commons Wikimedia

Il movimento populista di fine secolo fu quindi anche una reazione ad alcune dinamiche che stavano rendendo meno popolare la democrazia americana, come la concentrazione del potere politico ed economico nelle mani di poche corporations monopoliste (petrolio, ferrovie, comunicazioni) e di cricche di potere sempre più ristrette. Tra le sue proposte concrete c’era si un atteggiamento spesso xenofobo nei confronti degli immigrati, ma anche la tassazione progressiva, il ruolo attivo del governo a tutela dei lavoratori e la giornata lavorativa di 8 ore. Tutte battaglie che oggi possiamo definire tranquillamente di sinistra o progressiste. Da qui, forse, le parole del 2016 di Obama. Che forse aveva intuito come non fosse saggio lasciare il monopolio del popolo agli avversari, ma che sicuramente su questo punto non venne seguito dalla candidata del suo stesso partito.

E poi arrivò Trump

Siamo all’ultima parte di un articolo sul populismo negli Stati Uniti, e se escludiamo il titolo qui sopra ho citato solo una volta, e di sfuggita, il nome dell’attuale presidente. Ma è del tutto evidente che nel cosiddetto populismo del secolo XXI Donald J. Trump gioca un ruolo da protagonista. Se però analizziamo il risultato elettorale del 2016 in chiave storica, ci accorgiamo che, più che un’ondata inarrestabile, quella trumpiana è stata un’ondina, sufficiente però a portarlo alla Casa Bianca. L’ha spiegato ancora una volta Arnaldo Testi:

…il miracolo principale di Trump è stato quello di mantenere il voto di partito, i voti Repubblicani di Mitt Romney nel 2012 e di Bush Junior nel 2004, compresi quei voti che secondo molte previsioni avrebbe dovuto perdere, degli evangelici, delle donne. Rispetto allo sconfitto Romney, in numeri assoluti Trump ha migliorato solo di 2 milioni di voti (su 63 milioni), rispetto al vittorioso Bush Junior di appena 1 milione. Ma in entrambi i casi è precipitato nelle percentuali (il tempo passa, i bimbi crescono), rispettivamente dal 47.2% e dal 50.7% al 46%. Non va dimenticato, naturalmente, che nel voto popolare Trump è arrivato secondo, tre milioni di voti e 2 punti percentuale dietro Hillary Clinton. La piccola ondata populista è stata abbastanza localizzata, nelle contee non metropolitane, rurali o small-town, abitate in gran parte da bianchi, della cosiddetta Rust Belt, in particolare in quelle in cui ci sono state chiusure di fabbriche negli ultimissimi anni. (Per leggere l’articolo completo clicca qui).

Trump, in poche parole, ha confermato i voti già storicamente repubblicani e ne ha conquistati di nuovi come quelli della classe operaia del midwest. Pochi in termini assoluti, ma decisivi, a conferma di quanto nel sistema statunitense la distribuzione geografica dei voti sia importante almeno tanto quanto il loro numero complessivo. Le stesse spaccature della società americana covavano quindi sotto la cenere da tempo, da prima di Trump vs Clinton e di popolo vs élite. Trump ha semplicemente saputo cavalcarle meglio. Al riguardo, tra l’altro, avevo già scritto qualcosa sul mio vecchio blog, se vi interessa potete leggere qui.

By |2018-06-28T11:13:26+00:00maggio 22nd, 2018|Uncategorized|0 Comments

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Venticinque anni, genovese. Mi interessa l'attualità ma anche la storia, che dopotutto credo sia attualissima. Su questo blog provo a raccontare il mondo per come l'ho capito io.

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