La democrazia sta cambiando

Non è vero che in democrazia tutto si può discutere. In ogni sistema e in ogni momento storico ci sono, più o meno evidenti, dei punti fermi, delle regole del gioco condivise che non sono oggetto di dibattito. A volte sono fissati per legge e si chiamano Costituzione, altre volte si determinano per prassi politica.

Poi succede che, a un certo punto, qualcuno decida di discuterli, i punti fermi. E in quei momenti la storia cambia. Non sempre in meglio. Qualcosa del genere sta succedendo anche oggi e l’abbiamo chiamato populismo. Un trucco per prendere tempo, nell’attesa di capirci qualcosa. Ora che i “populisti” governano Stati Uniti, Italia ed est Europa, hanno portato il Regno Unito fuori dall’Unione Europea eccetera è il momento di provare a capire un po’ meglio cosa stia succedendo. Non è un compito facile, ma in questo articolo proverò a mettere in fila un po’ di fatti della storia recente e di idee che mi sono fatto in proposito. Ho la sensazione che non sarà l’ultimo articolo che scriverò sull’argomento.

Chi è dentro e chi è fuori, come nasce il populismo

In Italia ci raccontavano che all’estero le campagne elettorali erano educati scambi di opinioni sulle soluzioni migliori per la società. Mica come noi, consumati nella guerra civile tra berlusconiani e antiberlusconiani che poco spazio lasciava alla politica. In Germania, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e il resto del mondo civile, ci dicevano, le varie forze politiche che concorrevano alle elezioni erano tutto sommato d’accordo su quali fossero i valori di fondo della società e proponevano strade alternative per raggiungere gli stessi obiettivi. Oggi non è più così. L’estero si è italianizzato. Clinton e Trump, Macron e Le Pen, Merkel e l’Afd non sono avversari politici, ma rappresentanti di mondi diversi, che parlano lingue diverse e per questo non si capiscono. Spesso vivono persino in posti diversi, non entrano in contatto gli uni con gli altri. Non si conoscono.  Ma dove sta il confine tra avversario politico e nemico? Oltre quale linea le campagne elettorali da normale competizione democratica diventano guerre civili senza armi? È esattamente questo il punto.

Dove sta il confine tra avversario politico e nemico?

All’inizio c’è il non riconoscimento. Alla forza politica che rompe lo schema tradizionale non si riconosce lo status di soggetto con cui confrontarsi e con cui concorrere. Il corpo estraneo viene rifiutato, allontanato, spinto ai bordi. In genere, o si proclama che quello che dice non è in linea con i valori di fondo della società, quelli su cui invece le forze politiche tradizionali concordano, oppure lo si deride, si bolla quello che propone come assurdo, ridicolo o irrealizzabile. Esempio del primo caso fu la storica campagna elettorale per le presidenziali francesi del 2002, quella in cui Jean-Marie Le Pen (padre di Marine) portò per la prima volta il Front National al ballottaggio. Fu uno shock, a cui l’82% degli elettori francesi rispose votando per Chirac al secondo turno, compattandosi nel “fronte repubblicano”. Le posizioni del Front National, allora, vennero considerate non in linea con i valori della Repubblica e l’appello della politica tradizionale a coalizzare contro di esso forze diverse come conservatori, moderati, socialisti e comunisti funzionò.

La storia più recente ci offre forse più esempi di fenomeni politici che, all’inizio della propria parabola, vengono derisi e considerati non credibili. L’infausta profezia sindaco di Torino Piero Fassino, che sfidò Beppe Grillo a fondare un partito per vedere cosa sarebbe riuscito a fare, in Italia ha fatto scuola. Ma il caso più eclatante è probabilmente quello di Trump, la cui vittoria è stata considerata impossibile dalla maggior parte degli osservatori fino alla notte delle elezioni. Il modo di parlare, di gesticolare e di porsi, oltre che preoccupare ha anche divertito moltissimo, fino a che quel modo di parlare, gesticolare e porsi non è diventato quello della prima potenza mondiale.

Beppe Grillo

Grillo, almeno all’inizio, era molto sottovalutato politicamente. Si riteneva fosse “solo un comico” e che la sua parabola sarebbe durata poco. Credits: Livioandronico2013, Wikimedia Commons

Ma ecco che torniamo al punto di partenza. Perché alcune forze politiche entrano con naturalezza nel gioco democratico mentre altre si tenta di escluderle? Perché queste ultime sono quelle che “rompono le regole”, parlano una lingua diversa da quella della politica tradizionale, propongono cose inconcepibili per tutti coloro che hanno occupato il campo. Argomenti neutrali diventano improvvisamente oggetto di discussione e dibattito. Per questo vengono spinte ai margini. Ma cosa succede quando queste idee inconcepibili escluse dal mondo della politica trovano sempre più spazio nella società? Succede il populismo, ecco cosa succede.

Perché alcune forze politiche entrano con naturalezza nel gioco democratico mentre altre si tenta di escluderle?

Europa, globalizzazione, libero mercato: argomenti non più “neutrali”

Abbiamo a lungo pensato che tutta una lista di questioni fossero risolte una volta per tutte, entrate nel codice etico delle società liberal-democratiche, o almeno fossero obiettivi giusti a cui tutti intendevano puntare. Tra queste, la vittoria del capitalismo e del libero mercato, la società aperta, la tolleranza e convivenza pacifica tra popoli diversi. Nelle sue forme più estreme, questa visione arrivava a immaginare una società globale in cui le differenze si annullano mescolandosi in un enorme melting pot. È una visione figlia di un preciso contesto storico: la fine della Guerra Fredda. Sconfitto il comunismo e caduto il muro di Berlino, un ampio se non egemonico movimento d’opinione riteneva più o meno consciamente che quella fosse la direzione dell’umanità. Il profeta di quell’epoca è stato Francis Fukuyama, che scrisse il libro La fine della storia e l’ultimo uomo, in cui sostiene che la democrazia liberale sarebbe stata la forma di governo definitiva dell’umanità, quella che avrebbe posto fine alla storia perché niente di migliore sarebbe più stato pensato per sostituirla.

Oggi il libro di Fukuyama viene spesso citato per dire quanto l’autore si sia sbagliato. La prova sarebbe proprio il montare della marea nazional-populista, che accomuna praticamente tutti i sistemi democratici occidentali e non solo. In modo più o meno consapevole, i Trump, i Le Pen, i Farage e i Salvini mettono in discussione lo scenario da fine della storia descritto dal politologo americano. Uno scenario in cui pacifiche e tecnocratiche istituzioni sovranazionali, ormai libere da guerre e altre sciagure del mondo storico, si limitano a gestire l’abbondanza. Nel Vecchio continente, l’infrastruttura che risponde a questo identikit è l’Unione europea, non per niente spesso tra i primi bersagli polemici dei populisti di casa nostra.

Fino a non troppi anni fa la necessità di una maggior integrazione europea non era davvero oggetto di dibattito. I partiti di centrodestra e di centrosinistra potevano avere divergenze sul come ottenerla, l’unione commerciale che avevano in mente i britannici poteva essere diversa anche radicalmente da quella più strettamente politica immaginata dai francesi, ma che in qualche modo si era tutti d’accordo sul fatto che una qualche Unione dovesse esistere. Chi si dichiarava contrario, il più delle volte dall’estrema destra o dall’estrema sinistra, veniva semplicemente escluso dal dibattito politico mainstream. Per questo, quando in anni più recenti le forze euroscettiche hanno guadagnato forza elettorale, i partiti europeisti non hanno colto subito la sfida politica da esse lanciate. In un primo tempo, si sono limitate a dire che l’Euro e l’Europa erano irreversibili e chiudevano così la discussione. Non si erano rese conto che l’Europa aveva smesso di essere un argomento “neutrale”.

No Euro Day, Salvini, Borghi, Bagnai, Rinaudi

Un’immagine del No-Euro day del 2013. Insieme a Matteo Salvini, i prof. anti euro Borghi, Bagnai e Rinaudi. Oggi la Lega è al governo in Italia. Credits Fabio Visconti, Wikimedia Commons

Simili considerazioni si possono fare, oltreoceano, con i dogmi del libero mercato e della globalizzazione. Trump è il primo presidente statunitense da parecchio tempo a questa parte a discuterli apertamente, a dire che anche gli Usa hanno il diritto a difendere le proprie fabbriche e i propri posti di lavoro, che se le regole del gioco non sono più favorevoli, beh, si può anche smettere di giocare. È una sconfessione aperta della linea economica di tutte le amministrazioni della storia recente, repubblicane o democratiche che fossero.

La storia non è finita, probabilmente

La tesi della fine della storia proposta da Fukuyama è senz’altro ardita e criticabile. Ma c’è da dire che spesso i numerosi critici danno l’impressione di essersi fermati al titolo. Lo stesso autore, infatti, ripete più volte nel corso del libro che, se la democrazia liberale è il destino a lungo termine, deviazioni lungo la strada sono senz’altro previste. E il populismo di oggi potrebbe essere una di queste deviazioni.

Resta questo, da capire. Se siamo davanti a una deviazione lungo il glorioso sentiero della storia, un deciso cambio di rotta che ci porterà su territori inesplorati o una deviazione a u, che ci farà tornare indietro di qualche chilometro. Non ho la presunzione di rispondere a questa domanda. Mi rendo conto che questo articolo apra più domande delle risposte che prova a fornire. Proverò a rispondere ad alcune di esse, per chi avrà la pazienza di seguirmi, in altri articoli qui su Doppia Elle.

Resta questo, da capire. Se siamo davanti a una deviazione lungo il glorioso sentiero della storia, un deciso cambio di rotta che ci porterà su territori inesplorati o una deviazione a u, che ci farà tornare indietro di qualche chilometro.

By | 2018-06-28T11:08:00+00:00 giugno 20th, 2018|Uncategorized|0 Comments

About the Author:

Venticinque anni, genovese. Mi interessa l'attualità ma anche la storia, che dopotutto credo sia attualissima. Su questo blog provo a raccontare il mondo per come l'ho capito io.

Leave A Comment