Il Consiglio europeo mette lo scotch sul problema immigrazione

Dopo una maratona no-stop di 13 ore, questa mattina alle 4:34 il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha annunciato su Twitter il raggiungimento di un accordo su tutti i temi della riunione, inclusa l’immigrazione. La gestione dei flussi e l’accoglienza dei migranti in arrivo dall’Africa sono stati in effetti il tema centrale del Consiglio, nonché l’argomento che nelle ultime settimane ha messo a dura prova la stabilità europea e anche del governo tedesco.

Oggi i commentatori italiani cercano soprattutto di capire se il Presidente del consiglio Giuseppe Conte abbia davvero ottenuto qualcosa di significativo o meno. Il governo formato da Lega e Movimento Cinque Stelle punta molto sul cambiamento delle regole europee sull’immigrazione, quindi non si tratta di una questione di poco conto. Anzi, parliamo probabilmente del loro primo e fin qui unico banco di prova. Prima di pensarci su anche noi, facciamo però un passo indietro, per capire il contesto e il clima generale in cui si è arrivati a questo incontro. Anzi, due.

Che cos’è il Consiglio europeo?

Premessa della premessa: da chi è formato e cosa fa il Consiglio europeo?

Il Consiglio europeo è l’organo che riunisce i 28 Capi di stato e/o di Governo dell’Unione europea. Non si tratta quindi di un organismo di derivazione puramente comunitaria come il Parlamento europeo (eletto dai cittadini) o la Commissione, i cui membri sono eletti a loro volta dal Parlamento. I trattati lo definiscono un “organo di Stati”, a differenza, per esempio, della Commissione, che è un “organo di individui”. Questo perché mentre i membri della Commissione rappresentano “l’Unione” e quindi devono rappresentare l’interesse generale europeo, quelli del Consiglio rappresentano le istanze dei Paesi di provenienza.

È importante capirlo. Quello che si delibera in sede di Consiglio non è, infatti, una decisione dell'”Europa”, ma il frutto di una mediazione tra i Governi degli Stati membri. Il Consiglio europeo si occupa in teoria di stabilire “le priorità e gli orientamenti politici generali dell’Unione”, ma di fatto il suo ruolo è ben più importante di quello previsto dalle carte, anche perché gli Stati sono molto restii a cedere prerogative agli organismi europei.

Riassunto delle puntate precedenti

Nelle ultime settimane il dossier immigrazione ha infiammato le relazioni tra Stati europei e la grande tensione che ne è derivata è arrivata tutta alla riunione di ieri. Andiamo per punti:

  • Italia: a inizio giugno, il governo italiano ha negato alla nave Aquarius (della Ong Sos Meditterranée) la possibilità di attraccare in un porto italiano e lo stesso ha fatto Malta. La nave ospitava più di 600 migranti a bordo. Alla fine, il nuovo governo di centrosinistra spagnolo si è reso disponibile ad accogliere la nave nel porto di Valencia. È la scintilla che fa divampare l’incendio, e ad appiccarla è la Francia: un portavoce del partito di Macron definisce il comportamento del governo italiano “vile” e “vomitevole”. Ed è subito Italia – Francia.
  • Francia: Macron ha sin dal suo insediamento adottato una linea durissima sull’immigrazione. La frontiera con l’Italia è sigillata a Ventimiglia e sulle Alpi. Non passa nessuno. Per questo la sue esternazioni sull’Italia vengono accolte da un coro di indignazione bipartisan. Il ministro dell’Interno Salvini parte a testa bassa e definisce il presidente francese un “chiacchierone”. Secondo i sondaggi, d’altronde, anche diversi francesi iniziano a pensarlo: la popolarità di Macron in patria è ai minimi dai tempi dell’elezione. Negli ultimi giorni, il presidente sposta il fuoco sulle Ong e dice che in nome dell’umanità non si possono incentivare i tentativi di attraversare il Mediterraneo. È di fatto la linea Salvini.
  • Germania: intanto, anche Angela Merkel ha il proprio Salvini con cui fare i conti, e si chiama Seehofer e anche lui fa il ministro dell’Interno. Propone un piano durissimo: chi arriva irregolarmente in Germania va riportato nel Paese (europeo) da cui proviene. Che vuol dire, principalmente, Italia o Grecia. La cancelliera è contraria: dice che vuole una soluzione più condivisa. Si parla di crisi di governo, anche i socialisti dell’Spd che appoggiano Merkel faranno poi ventilare la possibilità di nuove elezioni. Anche qui, pesano le dinamiche interne: Seehofer fa parte del partito Csu, i cristiano-democratici della Baviera, dove si vota in autunno. Fare la voce grossa sull’immigrazione gli serve per mantenere alti i consensi e coprirsi a destra dall’avanzata dei populisti dell’Afd. Un breve passaggio in Austria, dove c’è un governo di destra: anche li sembrano molto disponibili ad appoggiare la linea dura Salvini – Seehofer, e il primo ministro Kurz sarà prossimo presidente del Consiglio Ue, una carica assegnata a rotazione.

Cosa si è deciso ieri

In questo clima sereno e disteso si è arrivati al Consiglio europeo di ieri. Il Presidente del consiglio italiano, ieri, ha fatto saltare la conferenza stampa serale di aggiornamento sui lavori, pretendendo prima un patto sugli sbarchi. L’accordo, come abbiamo visto, arriverà a tarda notte, e si basa su una bozza elaborata da Macron (questa volta da quanto leggo in versione decisamente pompiere) e lo stesso Conte. Le richieste italiane sono state accolte solo parzialmente. Leggo in questo momento che per il ministro Salvini si è ottenuto il 70% di quanto richiesto, ma forse è una stima arrotondata un po’ per eccesso.

Sulla questione sbarchi, Conte ha ottenuto la promessa di “azioni condivise” a livello europeo per la gestione degli sbarchi di chi viene salvato in mare. In quello che suona come un avvertimento alle Ong, inoltre, si dice che chi si occupa di salvataggi non deve ostacolare le operazioni della Guardia costiera libica. Altro punto cruciale è dove far sbarcare fisicamente chi viene salvato in mare, e qui stanno le vere trappole. Si individuano due opzioni: hotspot in Paesi non europei (quindi sostanzialmente nordafricani) dove esaminare le condizioni dei singoli migranti, distinguendo così tra profughi di guerra da accogliere e migranti economici da rimpatriare e centri sullo stesso territorio europeo, che i singoli Paesi possono accogliere “su base volontaria”.

Inoltre, i leader si sono accordati per il trasferimento di 500 milioni di euro dal fondo per lo sviluppo alle casse del Fund per l’Africa, soldi con cui finanziare i centri africani e si è sbloccata la tranche di aiuti per 3 miliardi alla Turchia, che già da tempo sigilla la frontiera dalla sua parte in cambio di soldi europei. I Paesi di Visegrad (est-europa) hanno poi ottenuto che la riforma del trattato di Dublino verrà decisa solo all’unanimità e non a maggioranza (così da far valere di più il loro peso), mentre la Germania ha ottenuto rassicurazioni sui “secondi movimenti” da limitare il più possibile. Si farà di tutto, cioè, perché chi arriva in un Paese Ue non si sposti poi verso un altro. Punto per Seehofer.

Cosa può andare storto

Come si può facilmente intuire, un accordo del genere è un delicato gioco di equilibrismo e veti incrociati. È inevitabile che per il momento non si scenda troppo nei dettagli, ma è bene essere prudenti, perché di dichiarazioni del genere negli ultimi anni se ne sono sentite molte, ma poi poco, in concreto, si è mosso. Il problema è che ogni Paese ha i propri interessi ed è difficilissimo smuoverlo dalle proprie posizioni. In questo caso, dal punto di vista italiano, ci sono due ostacoli macroscopici perché quanto deciso ieri diventi politica effettiva:

  1. L’apertura dei centri d’accoglienza europei “su base volontaria”: com’è facile intuire, ciò che è facoltativo ed è una gatta da pelare, spesso non si fa. Paesi come Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia fino ad oggi non si sono voluti assumere alcuna responsabilità, hanno affossato qualsiasi ipotesi di suddivisione degli immigrati sbarcati in Europa, e probabilmente continueranno a farlo.
  2. Anche gli hotspot in “paesi terzi” non sono semplici: e l’ha testimoniato la recente avventura libica del ministro Salvini, che ha incassato il “no” secco del ministro dell’Interno di Tripoli Abdulsalam Ashour all’apertura di centri. La Libia, d’altronde, ha diversi problemi interni, come molti altri stati nordafricani. Per il momento pare difficile replicare qui il modello Turchia, Paese più solido e letteralmente ricoperto di euro per fare il gendarme dal lato est.
By | 2018-06-30T10:19:58+00:00 giugno 29th, 2018|Uncategorized|0 Comments

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Venticinque anni, genovese. Mi interessa l'attualità ma anche la storia, che dopotutto credo sia attualissima. Su questo blog provo a raccontare il mondo per come l'ho capito io.

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