A Trump l’Unione europea non piace proprio

Caro Emmanuel, perché non lasci l’Unione europea? Secondo il Washington Post, la proposta indecente a Macron sarebbe arrivata dalla bocca di Donald Trump, quando lo scorso aprile il presidente francese volò alla Casa Bianca in visita del collega statunitense. La cosa è ovviamente morta lì e, più che un subdolo tentativo di minare l’unità europea, quella di Trump sembra una battuta di spirito, visto l’europeismo ostentato di Macron.

Però, che al presidente americano l’Ue non vada particolarmente a genio è un fatto abbastanza acclarato. Il problema è prima di tutto politico-economico. Per Trump, l’Unione dei Paesi europei è un rivale sul piano del commercio insidioso quasi quanto la Cina e l’alleanza transatlantica che va avanti dalla fine della Seconda guerra mondiale non ammorbidisce la sua posizione. Ma è anche una questione caratteriale, di pelle.

Troppe complicazioni

L’Unione europea è un organismo complicato. Ogni sua decisione è frutto di trattative estenuanti tra i 28 Stati membri, ogni singolo passo in avanti si ottiene con immensi sforzi e spesso al costo di qualche passo indietro. L’esempio perfetto di tutto ciò è il Consiglio europeo sui migranti della settimana scorsa. Tredici ore di riunione hanno portato a un equilibrio molto precario, subito infranto non appena i leader sono tornati in patria. Italia e Francia hanno ripreso subito a punzecchiarsi e il governo tedesco continua a ballare.

Trump, invece, non ama le complicazioni e ha portato questa sua caratteristica dal mondo del business a quello della politica. E non è uomo da bizantinismi diplomatici. Più che estenuanti riunioni multilaterali, in cui ognuna delle parti in causa porta una lunga lista di interessi e prerogative difficilissime da ricomporre in un puzzle coerente, preferisce l’incontro face to face, la trattativa tra due uomini forti che alla fine si stringono la mano e sorridono alle telecamere.

Donald Trump e Kim Jong-un

Credits Dan Scavino Jr., Wikimedia Commons

L’esempio più lampante è l’incontro con il leader nordcoreano Kim Jong-un dello scorso 12 giugno. Ma forse non è nemmeno un caso che, fino ad oggi, il leader europeo con cui Trump ha mostrato la migliore intesa sia proprio Macron, un altro uomo decisionista, quasi un monarca repubblicano sia per gli ampi poteri che il sistema francese riconosce al capo dello Stato sia per attitudine personale. Un uomo forte, insomma, di quelli che piacciono a Trump, che riconosce e apprezza i suoi simili anche al di là delle differenze politiche.

La crisi del multilateralismo

Tutto ciò ha delle conseguenze anche sulla politica internazionale. In questi anni stiamo infatti assistendo a una sostanziale crisi del multilateralismo, ovvero l’idea che per trovare soluzioni condivise gli stati debbano accordarsi in sedi sovranazionali come per esempio le Nazioni Unite. A questa crisi Trump ha dato una violenta spallata, con attacchi ripetuti all’Unione europea (fu l’unico candidato alla Casa Bianca a dire che la Brexit sarebbe stata una buona cosa) o alla “obsoleta” Nato.

Trump pensa sostanzialmente che dove c’è una mediazione la parte con più forza rinuncia sostanzialmente a far valere del tutto il proprio potere e che la parte più forte sono spesso gli Stati Uniti. Per questo, per esempio, ha fatto uscire Washington dal patto sul nucleare con l’Iran mentre non ha esitato a incontrare Kim. Pensa che finché gli Usa giocheranno la stessa partita degli altri saranno un giocatore come tanti, mentre nell’uno contro uno nessuno possa reggere il confronto. È una strategia da businessman, ma anche maledettamente politica.

By | 2018-07-02T09:18:16+00:00 luglio 2nd, 2018|Uncategorized|0 Comments

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Venticinque anni, genovese. Mi interessa l'attualità ma anche la storia, che dopotutto credo sia attualissima. Su questo blog provo a raccontare il mondo per come l'ho capito io.

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