Che cos’è il (vero) reddito di cittadinanza

In Italia si parla molto di reddito di cittadinanza da quando il Movimento 5 Stelle l’ha reso una delle sue proposte politiche più importanti.

Il nostro Paese non è però l’unico in cui se ne discute. Il “reddito”, in generale, è uno dei grossi argomenti del dibattito politico-economico del nostro tempo. La domanda che sta alla base di tale dibattito è se sia giusto e conveniente per l’economia che lo Stato dia in qualche modo dei soldi anche a chi non lavora.

La crisi economico-finanziaria cominciata nel 2008 ha portato ad alti livelli di disoccupazione in molti Paesi occidentali, rendendo così più popolari le idee di chi sostiene una qualche forma di supporto pubblico al reddito. Molti poi portano sul tavolo della discussione anche l’impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro. Secondo le stime più pessimistiche, queste porteranno, almeno nel breve termine, a una riduzione dell’occupazione “umana”. Ha destato particolare scalpore (e preoccupazione) un rapporto del 2013 degli studiosi britannici Benedict Frey e Michael A. Osborne secondo il quale il 47% dei posti di lavoro degli Stati Uniti sarebbe stato robotizzato nei successivi 10-20 anni, con percentuali anche maggiori in Europa.

Che fare, di tutti quei lavoratori che saranno sostituiti da un robot? Come dare loro di che vivere?

A questi e ad altri problemi molti hanno deciso di rispondere con una qualche forma di reddito pubblico. A questo punto è però necessario distinguere tra due diverse proposte, che possono sembrare simili ma che in realtà offrono due soluzioni diverse ai problemi che intendono affrontare: il reddito di base e il reddito minimo garantito.

Reddito di base e reddito minimo garantito: che differenza c’è?

Il reddito di base è una proposta di politica economica radicale che prevede che a tutti sia fornita individualmente una certa quantità di denaro, a prescindere dalla ricchezza e del reddito già in possesso dei destinatari. Per capirci, se il Governo italiano decidesse di introdurre un reddito di base di mille euro mensili, ne beneficerebbero anche persone molto ricche come Berlusconi, Briatore o Agnelli.

Il Basic Income Earth Network, probabilmente la più grossa associazione internazionale a favore dell’introduzione di tale misura, dà questa definizione del reddito di base:

A basic income is a periodic cash payment unconditionally delivered to all on an individual basis, without means-test or work requirement.

Il reddito di base è un pagamento in denaro periodico elargito incondizionatamente a tutti su base individuale, a prescindere dalla ricchezza e senza richieste lavorative.

Tra i sostenitori del reddito di base, c’è chi pensa che dovrebbe essere elargito a livello internazionale (international basic income) o a livello nazionale, ed è in questi casi che si parla di reddito di cittadinanza, per cui l’unico requisito per accedere al reddito è – appunto – la cittadinanza di un particolare Paese. L’unico esempio concreto di reddito di cittadinanza è lo Stato dell’Alaska, che suddivide tra i propri cittadini i ricchi proventi del petrolio.

Negli anni, il reddito di base è stato appoggiato da economisti di destra (che lo proponevano come forma alternativa e più efficiente ai sistemi di protezione sociale statali) e di sinistra, per cui invece il reddito di base sarebbe da aggiungere agli altri servizi pubblici come mezzo ulteriore per combattere la povertà.

Ben diverso è il reddito minimo garantito, che richiede criteri più stringenti per accedervi. In genere beneficiano del reddito minimo garantito le fasce più povere della popolazione, a cui vengono dati i soldi necessari per arrivare quantomeno alla soglia di povertà. Per accedere al reddito, inoltre, bisogna spesso dimostrare di essere attivamente alla ricerca di lavoro.

A differenza del reddito di base, il reddito minimo garantito esiste in diversi Paesi. Nel 1992 l’allora Consiglio della Comunità europea invitò tutti gli Stati membri ad adottarlo come mezzo di lotta alla povertà. Fino al 2017 l’Italia è stata, insieme alla Grecia, l’unico Paese europeo a non averlo. L’introduzione del REI (reddito di inclusione) da parte del governo Gentiloni ha in parte rimediato a questa mancanza.

Il Rei è assegnato non su base individuale ma famigliare, e per accedervi è necessario avere un Isee inferiore ai 6 mila euro all’anno, un patrimonio mobiliare (depositi, conto correnti) non superiore ai 10 mila e immobiliare (case) che non arriva a 20 mila. È previsto poi un beneficio massimo mensile, che va dai 187,50 euro per le famiglie di un solo membro fino ai 539,82 per le famiglie di almeno 6 componenti.

Il reddito di cittadinanza del Movimento Cinque Stelle e il dibattito italiano sull’argomento

Detto questo, come classificare la proposta del Movimento Cinque Stelle? Possiamo davvero parlare di “reddito di cittadinanza”?

In estrema sintesi e considerando solo le caratteristiche più importanti della proposta, lo schieramento politico guidato da Luigi Di Maio intende fornire a tutti i maggiorenni italiani che non arrivano a guadagnare 780 euro mensili (quella che si considera la soglia di povertà) la differenza per arrivare a quella cifra. In cambio, chi riceve il reddito deve impegnarsi attivamente nella ricerca di un lavoro, iscrivendosi al centro per l’impiego e accettando una delle prime 3 offerte ricevute. Chi rifiuta tutte e 3 le offerte, perde il diritto al reddito.

Questa descrizione risponde più alla descrizione di un minimo reddito garantito piuttosto che a quella di un reddito di base. Il reddito di cittadinanza “tradizionale” (quello, per capirci, dell’Alaska), sarebbe invece parte della famiglia dei redditi di base, come si nota facilmente dalla definizione fornita su questo sito.

La proposta del Movimento dovrebbe dunque più coerentemente chiamarsi reddito minimo garantito, ed è un parziale cambio di direzione rispetto alla posizione di qualche anno fa. In questo passaggio di un’intervista al Corriere del 2016, Beppe Grillo (che ha parlato spesso della necessità di rivoluzionare la relazione tra reddito e lavoro) spiegava come il reddito di cittadinanza sarebbe stato il primo passo, ma il sogno a lungo termine sarebbe stato il reddito universale per tutti. Un progetto di cui però non sembra essere rimasta traccia nelle idee del Movimento di oggi.

Se quella che è la prima forza politica italiana ha avuto comunque il merito di introdurre l’argomento nel dibattito pubblico del nostro Paese, il livello di tale dibattito rimane comunque piuttosto superficiale. Da una parte, chi critica la proposta lancia generiche accuse di assistenzialismo, mentre dall’altra si annuncia una cosa intendendone un’altra, alimentando la confusione su cosa tale proposta in effetti sia.

Comunque la si pensi, bisogna parlarne, e almeno in quello possiamo fare molto meglio di così.

Bonus: se ti interessa approfondire l’argomento, ti consiglio questo bel saggio pubblicato sul sito Valigia Blu, da cui ho tratto molte informazioni utili per scrivere questo articolo.

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By |2018-10-08T23:49:53+00:00ottobre 9th, 2018|Italia, Parole e idee|0 Comments

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